Ma le mie parole dentro non posano,
stordito dalla Sua
taciturnità. Parole,
frantumi del Verbo.
(D.M. Turoldo, da Udii una voce [1952], Quinto giorno, vv. 1-4)
In questi versi, Turoldo scompiglia la logica ermeneutica, di matrice agostiniana, secondo cui la parola dell’uomo (verbum in corde) o, meglio, la facoltà che all’uomo è data di articolare il suo pensiero in linguaggio, non più si attiva nell’irradiante pienezza del verbum Dei: quell’armonica corrispondenza appare ora compromessa da una discrepanza radicale, da un dissidio determinato proprio dalla «taciturnità» del «Verbo» che ottenebra e sconvolge la parola umana, sino a creare in essa una frattura, una scissione, sino a incrinarla: « No, non vi è sillaba di questo discorrere / che la tua Shekinah non corroda / e attraversi ogni alfabeto» . Il distacco del verbum Dei, traccia oramai affievolita in un fondo silenzio, dal verbum interius comporterà, dunque, il collasso e l’ulcerazione della parola, della voce creaturale, il suo fondo oscurarsi in un orizzonte in cui ogni senso decade, ogni significato diviene vano, ogni parola s’infrange:
frantumi
sul pavimento del tempio:
e non un frammento
almeno di vetro
che riluca.
(D.M. Turoldo, da Canti ultimi [1991], Esagono V, “Rabbrividite parole”)
Verrà in tal modo tematizzata la paralisi stessa del linguaggio, il suo svuotamento, la sua frantumazione : «Parole, inerti macerie» , come ribadirà Turoldo, descrivendo ciò che resta della poesia, entro la cornice di una rappresentazione mutilata e scarna. Ogni parola può solo testimoniare la propria insignificanza e la propria impotenza, riducendosi a brandello, a frammento opaco e inerte, espulsa da ogni sintassi, renitente ad ogni compimento. E lo smembramento e la disarticolazione del linguaggio rispecchieranno coerentemente quelli che investono la divinità:
In aria tutto un brulichio
di punti neri…
Uccelli?...
Lettere stracciate?...
O – forse –
soltanto dispersi brandelli
(gli ultimi) di Dio?...
(G. Caproni, da Res amissa [1991], Alzando gli occhi)
In questa lirica Caproni riprende un'immagine cara allo Zohar, cui si ispirerà anche un’autrice come Nelly Sachs nel descrivere la compiuta disarticolazione di ogni codice, lo smembramento di ogni linguaggio: «E di nuovo un diluvio / Lettere d’alfabeto strappate crudelmente» . Nella Sachs come in Caproni non vi è più, per così dire, una grammatica divina a governare la creazione, ormai disgregata in lettere disperse, in parole amputate, negli ultimi sparsi brandelli di Dio. È questo un Dio smembrato nel molteplice, i cui lacerti non saranno ricomposti. Un Dio che nessuna mano potrà mai più ricondurre all’Uno, come aveva invece auspicato Rilke:
(una tempesta attraversò la loro balbuzie)
ma io ti voglio radunare di nuovo
nel vaso che ti fa felice.
(da Il libro d’ore I [1905], “I poeti ti hanno sparpagliato”, vv. 1-4)
In Rilke la lacerazione di Dio e quella del linguaggio hanno ragioni differenti rispetto a quelle sinora considerate. La parola non può, secondo Rilke, violare l’essenza del divino, ambire a carpirne l’inattingibile sostanza: Dio è presenza incoercibile che nella sua totalità sfugge ad ogni compiuta significazione: «una tempesta attraversò la loro balbuzie». La parola incerta e fragile della creatura soccombe dinanzi alla luce ustoria della trascendenza, a quella tempesta divina che, secondo quanto aveva già prescritto Hölderlin, proprio ai poeti spetta fronteggiare: «Ma è nostro, o poeti, / restare a capo scoperto / sotto la tempesta del Dio» (Doch uns gebührt es, unter Gotter Gewitten, / Ihr Dichter!) . Non resterà che raccogliere, allora, gli sparsi detriti di un linguaggio smembrato, gli scarti della trascendenza, i lacerti di una visione incompiuta, di quella larvale epifania. Il divino si espone come imperscrutabile presenza, come incoercibile sostanza. Non rimane che chinarsi sui resti di quella epifania, sulle ceneri di quella visione, su ciò che i poeti stessi «hanno sparpagliato»: il linguaggio, così, potrà custodire solo i resti di un’immagine, gli spenti residui di quella teofania, gli avanzi del trascendente. È questa l’infeconda disseminazione del divino, dei suoi lembi, sparsi come tracce oscure e interrotte. Il sogno di Rilke è di radunare quei brandelli, per poi ricomporli in un «vaso», nel ricettacolo stesso della poesia, ricovero che il poeta allestisce per accogliere Dio, per dargli riparo e restituirgli la perduta unità. Suo compito è formulare una nuova grammatica che giunga a comprendere la divinità nella pienezza del suo fulgore; reperire una parola che sia in grado di traversare la tempesta di Dio, che possa di nuovo interpellarlo.
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