CACCIA
di Mario Luzi
Che mare livido nelle sue rincorse contro i muri a fil di piombo dei bunker
che branchi d'uccelli attesi al passo od al ritorno
gridano più d'ogni altra volta: «È autunno,
è il tempo di tua nascita a questa vita» nell'ora che a uno a uno
cadono uccelli sotto il piombo, prendono
vento lungo la caduta, ed a perdita d'occhio la foresta
lascia di ramo in ramo foglie, lembi
di fuoco, brani di vita ancora palpitante tra le piume.
Ora e qui, dove il cane alza la starna
e talvolta per una breve tappa
di ore si attendano i re zingari
nel viaggio tra borgo e borgo, e foglie
e uccelli stanziali e migratori,
lievi e grevi, s'abbattono sul suolo
fradicio, non ancora freddo, tempo
di mia nascita e insieme tempo e luogo
per ricordare i miei morti per forza,
i miei caduti sotto il piombo - poco
prima i miei padri, dopo i miei fratelli -
m'investe a fiotti in pieno viso il vento
di vita e tutt'uno di rapina
e di morte, mi mozza il fiato, mentre
levo le mani a questi alberi e spicco
frutti per la mia cena ancora avido.
«È il tempo di tua nascita.» Riposano,
muoiono nella vita, essi, periscono
nell'avvenire; e il festoso, l'oscuro si diffondono
per foglie morte, per ali inerti come piombo
a vincere e a espiare tutto quel che ha avuto fine.
(Nell'opera del mondo, da Dal fondo delle campagne)
In questo testo di Dal fondo delle campagne (1965) dal titolo Caccia Mario Luzi sembra evocare un paesaggio straniante, a tinte distopiche nel suo farsi forse più prossimo a una realtà in cui coesistano elementi prossimi a immaginari difficilmente sovrapponibili (soprattutto considerando dettagli come "bunker" o "re zingari che si attendano"). È un trasporto quasi apocalittico o una trasposizione di tutta un'eco in cui sembra possano aleggiare dettati misterici, ritornare riflessi ermetici, messaggi e disposizioni più prossime allo spirito d'un àugure che legge voli di uccelli e conosce la circolarità degli eventi. Eppure piuttosto questo paesaggio è dato come naturale e realistico e il testo si fa tradotta che trasporti verso una congettura più umana della realtà del ricordo e della presenza: è il giorno di compleanno dell'autore e la scena di caccia alle starne apre alla possibilità di "ricordare i miei morti per forza", coloro che sono caduti "sotto il piombo", immagine che colloca subito nell'orizzonte bellico delle guerre passate, ma questa proiezione rimane solo allusa e il tema della morte resta seppur ancorato alla realtà del ricordo anche teso alla sua universalità onnicomprensiva relativa a ogni creatura e così si apre al tema del tempo ciclico e alla presenza del "festoso", una celebrazione che è riconoscimento della vita, della nascita, della forza nel desiderio come anche della morte, coscienza dell'ambiguità insita nell'esistenza di questa compresenza opaca, della necessità propria di vita e morte, per questo "... investe il vento di vita e tutt'uno di rapina e di morte" che lascia ancora "avido" chi c'è, "ora e qui".
È possibile, in tutto ciò, provare a leggere nella caccia un'allegoria, il declinarsi nel rapporto tra predatore e preda della forza storica degli eventi, un'insita volontà della necessità che sostanzia il procedere non lineare dei fatti. In essa "padri e fratelli" sono coloro che hanno partecipato al dispiegarsi della storia e che ne contengono i segni, mutandosi essi stessi in simboli allusivi alla ricorsività del tempo, quindi abitano questo procedere nella maniera in cui "riposano, /muoiono nella vita, essi, periscono/ nell'avvenire", ma, come le starne e le foglie caduche (mirabile l'immagine di una vasta foresta che perde foglie che certo evoca l'Ungaretti di Soldati, ma proiettandola all'interno di una riflessione universale e metafisica nel suo simbolismo), forse traducono dalla natura delle cose un messaggio (che nel testo quasi sembra restare non dichiarato e come suscitato tra le maglie invitanti del non detto), ossia la persistenza di un mistero di resurrezione nella morte sacrificale, nella sua ritualità autunnale, tutta fondata sul "vincere e espiare" dell'ultimo verso, come dichiarazione e sigillo di una morte che non può dirsi fine, conclusione, ma redenzione, rinascita. Di conseguenza la caccia sembra farsi allegoria di chi, preda degli eventi, accoglie sartrianamente la "libertà" del proprio destino e in essa assurge a agnello sacrificale della redenzione.
In altre parole, restando anche solo al di qua dell'allusione alla resurrezione: è la caccia possibile allegoria di uno svelamento del mistero dietro il destino di morte come espiazione?
In un film del 1978 - Il Cacciatore (The deer hunter) di Michael Cimino - un giovane uomo, Mike Vronsky (Robert De Niro), corre di notte lungo una strada deserta inseguito da un'auto addobbata con festoni rosa che procede lentamente. Sono gli ultimi momenti di gioia sfrenata per il matrimonio di un caro amico ed è lui al volante assieme alla sua sposa, i due ridono di Mike e lo chiamano e dietro loro corre un gruppo di altri amici, le strade sono bagnate, il freddo pungente, ma Mike è in preda all'ebbrezza, sia per le decine di brindisi che per le urla e le risate ripetutesi durante la festa, e fugge, veloce e senza incertezze mentre i suoi compagni, che lo rincorrono, non riescono a stargli dietro, alcuni cadono, ubriachi, altri gridano il suo nome, come fosse un novello Romeo che ha già scavalcato le mura dei Capuleti, e se ne vanno.
Lui non si ferma, è in preda a uno spirito entusiastico e libero, sembra sia al culmine di un rito di passaggio o di metamorfosi, pronto a prendere una forma nuova. Nel rituale egli rappresenta la preda che fugge dal sé precedente, dagli obblighi, dalle dinamiche sociali, dai propri principi morali e dalla meschinità e dalla mediocrità, da chi non sa percepire l'assurdo o riconoscere la felicità di un momento, né il reale e la sua necessità. E poi tra pochi giorni partirà per il Vietnam.
Mike continua la sua corsa e ad uno ad uno si toglie i vestiti, fino a restare completamente nudo, inerme e per questo sempre più ricettivo e libero, sullo sfondo i fari della fonderia dove lui e i compagni lavorano illuminano i vapori nella notte e a quel punto finalmente si ferma, si poggia ad un palo e poi si stende sull'asfalto bagnata.
In quel momento lo raggiunge il migliore dei suoi amici, Nick (Christopher Walken), che aveva continuato a rincorrerlo e a chiamarlo. Restano soli, entrambi poggiati al lampione, si danno le spalle e si parlano: anche Nick, insieme a Mike, partirà per la guerra. Nick ha un'anima allegra e delicata, timida e romantica, pensa a quanto ama quella piccola cittadina, il suo piccolo mondo, la ragazza che vorrebbe sposare, i suoi amici e chiede a Mike di fargli una promessa solenne, riportarlo indietro.
Sa che può chiederlo solo a lui, non solo per l'amicizia, non solo per la solidità morale di Mike, ma perché loro hanno una sintonia, una comunione di solitudini differenti, o come dice Mike stesso in una scena precedente: «hanno qualcosa dentro»; è per questo che Nick è il solo con cui andrebbe a caccia, perché Nick ad esempio ama gli alberi sulle montagne.
La caccia al cervo quindi non può essere concepita come un semplice passatempo per Mike: è il suo rituale. È così che egli assume i tratti di uno spirito sacerdotale e si potrebbe affermare che avvenga una trasmigrazione nel momento in cui guarda negli occhi la preda, il cervo immobile prima della fuga, riconoscendo l'alterità e il bisogno religioso di definire la relazione con l'ignoto e lui lo fa stabilendo una legge, la legge del "colpo solo", nel tentativo - vano? - di superare l'arbitrarietà dell'inermità di un cervo.
Ecco un uomo inquieto che pone un vincolo, religat, affinché possa esistere un legame.
Un'anima le cui qualità riguardano quella particolare sensibilità umana che caratterizza alcuni, naturalmente portati a dare dignità allo stupore, a sentire il sacro, a liberarsi da stereotipi e costumi consuetudinari, a scandagliare l'esperienza interiore degli altri e la propria, commisurandola secondo i propri principi, interpretando gesti e comportamenti come risonanze di un sistema di segni che condiziona la vita di tutti. Due uomini che diventano preda degli eventi e che l'assurda brutalità fagocita in quella che appare come una necessità del fato a ribaltare i ruoli e fare di loro due, in modo diverso, due animali sacrificali.
In una raccolta del 1982 Il franco cacciatore Giorgio Caproni dà della ciclicità il suo volto di paradosso, nell'inimitabile maneggiare della ripetizione e di quelle forme di ripetizione e ripresa e variazione che sono le rime e le sue figure affini. La caccia di Dio, conferma del suo esistere nell'inesistenza, è conferma soprattutto della libertà che deriva dalla reciprocità dei ruoli, in una confusione che è bisogno e soddisfazione, rincorsa e arrivo. Egli in alcuni di quei testi scrive:
Inserto
Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v'è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l'ossidiana. L'allegria ch'essa può dare è indicibile. È l'adito - troncata netta ogni speranza - a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo - definitivamente - che Dio non c'è e non esiste."
E anche:
GEOMETRIA
a Ugo Reale
L'importante è colpire
alle spalle.
Così si forma un cerchio
dove l'inseguito insegue
il suo inseguitore.
Dove non si può più dire
(figure concomitanti
fra loro, equidistanti)
chi sia il perseguitato
e chi il persecutore.
Altro inserto
Per quanto tu ragioni, c'è sempre un topo - un fiore - a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d'accordo con te, se nella mente non bruciasse (se non mi bruciasse la mente - con dolcezza) quest'odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest'odore di tronchi sbucciati (d'alba e d'alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte.
e infine:
La caccia
Tempestavano spari
in tutta la foresta.
Vicino alla finestra
ghiacciata, spiavo
le ombre che nella galaverna
si scontravano.
Andavo
dall'una all'altra.
Tentavo
di fissare la mia.
L'interno dell'osteria
mi stornava.
I fumi.
Gli schianti delle risate
delle donne.
I bicchieri
mandati in frantumi.
Mi girava la testa.
Mai avevo visto una festa
più cieca di quella.
Ero isolato.
Nella
scompagine che alle mie spalle
vorticava, cercavo
- il fucile imbracciato -
fra le altre ombre la mia.
Appariva. Spariva.
Il punto di stazione,
certo, non mi favoriva.
(La mira, ero io.
Il resto,
tutta una fantasia.)
Questi testi di Caproni, selezionati come tanti possibili commenti o dialoghi aperti con i precedenti testi, Caccia di Luzi e Il Cacciatore di Cimino, chiudono con gli ultimi versi del suo La caccia, neanche così lapidari, il discorso e la nostra lettura, probabilmente confermando e certamente ampliando le possibili interpretazioni sull'arte venatoria come allegoria di una ricerca che nella sua violenza e razionalità normativa racconta la radicalità dell'esperienza umana nel dover far fronte all'altro, sia esso Dio, gli uomini, i propri cari o se stessi.