18
Perché vagano le mani tra i pennelli?
Se te dipingo, Dio, a stento te ne accorgi.
Se te dipingo, Dio, a stento te ne accorgi.
Ti percepisco. Al limitare dei miei sensi
inizi tu, indugiante, come con molte isole,
e per i tuoi occhi, mai socchiusi,
io sono lo spazio.
inizi tu, indugiante, come con molte isole,
e per i tuoi occhi, mai socchiusi,
io sono lo spazio.
Tu non sei più, no, in mezzo ai tuoi bagliori,
dove tutte le figure di danza degli angeli
consumano per te le lontananze come musica -
tu vivi nella tua dimora estrema.
Il tuo cielo, tutto, ascolta in me, proteso,
perché con te ho taciuto di me stesso, nel pensiero.
dove tutte le figure di danza degli angeli
consumano per te le lontananze come musica -
tu vivi nella tua dimora estrema.
Il tuo cielo, tutto, ascolta in me, proteso,
perché con te ho taciuto di me stesso, nel pensiero.
18
Was irren meine Hände in Pinseln?
Wenn ich dich male, Gott, du merkst es kaum.
Ich fühle dich. An meiner Sinne Saum
beginnst du zögernd, wie mit vielen Inseln,
und deinen Augen, welche niemals blinseln,
bin ich der Raum.
Du bist nicht mehr inmitten deines Glanzes,
wo alle Linien des Engeltanzes
die Fernen dir verbrauchen wie Musik, -
du wohnst in deinem allerletzten Haus.
Dein ganzer Himmel horcht in mich hinaus,
weil ich mich sinnend dir verschwieg.
(da Das Stunden-Buch, Il libro d'ore, di Rainer Maria Rilke, a cura di Lorenzo Gobbi, ed. Servitium editrice, Milano, 2012)
In questo giorno dedicato alla memoria, pubblico questa poesia di Rilke, di quella meravigliosa raccolta che tanto amava Etty Hillesum, come per un piccolo omaggio.
Colpisce come in essa il poeta praghese sia riuscito a far germinare un'immagine della coscienza di Dio. L'aspetto straordinario sta in quella capacità dell'intuito poetico di mostrare attraverso ciò che è solo umanamente intellegibile un comportamento, e finanche un'inclinazione dell'animo, divini che in quanto tali non sono assimilabili a quelli umani. Che si mostri una disposizione di ricerca da parte dell'uomo nei confronti di Dio, risulta comune in un poeta così spirituale, che riesce a dire «Ti percepisco», ma qui in questo testo c'è qualcos'altro.
Arriva il punto in cui si sente da questa dimensione del tutto umana della riconoscibilità di Dio un suo «indugiare», lo strutturarsi solo accennato di una dimensione psicologica che si fa reale per noi, possibile solo se si apre attraverso le facoltà immaginative e analogiche della nostra mente, per questo quello stato è descritto attraverso il figurarsi di una proliferazione di spazi nel «come con molte isole», quasi a intendere che - nella creazione? - Dio possa essersi preso il tempo di fare sorgere molte isole o di percepirle creandole, lo stesso tempo puntiforme che quasi mostra il carattere più proprio, la dispersione e la persistenza, la comunanza e la casualità, di queste vaghe terre emerse. Questa immagine figurale perde il valore retorico per farsi dimensione della possibilità reale del gesto divino e del suo muoversi interiore, ma essa non è, come in un qualche passo veterotestamentario, data allo scopo della descrizione dell'evento di genesi o intervento di Dio, ma delinea la relazione tra quel dio e un io lirico che si dà come l'altro, così l'intuizione poetica di Rilke arriva a affermare che essere altro per Dio è possibile solo attraverso il suo indugiare, una discrezione che dà la possibilità dello spazio e dell'identità libera e di quell'arbitrio che solo può arrivare a "tacere di sé" nei versi finali, per dare a Dio l'agio di lasciarsi accogliere da sé attraverso chi ha creato libero.

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